In Italia amiamo così tanto la democrazia che nel 2024 abbiamo concentrato, da Febbraio a verosimilmente Ottobre ben cinque appuntamenti elettorali per le elezioni regionali insieme all’appuntamento delle elezioni Europee e delle amministrative. Bisogna sottolineare però che nell’appuntamento di Giugno per le Europee si sommano le tornate amministrative comunali e le elezioni della Regione Piemonte.
Tanti appuntamenti, ma quanto appassiona gli italiani partecipare alla liturgia elettorale?
Ad oggi, in attesa delle elezioni regionali della Basilicata possiamo affermare che iniziamo ad allontanarci dai rituali della democrazia in maniera strutturale e consolidata.
In Sardegna l’affluenza è stata del 52,4% mentre in Abruzzo 52,19% e si pensi che sono dati anche maggiori rispetto alle elezioni regionali del Lazio nel 2023 dove l’affluenza fu del 37,2% e in Lombardia, sempre nel 2023, del 41,68. Rispetto alle rispettive tornate precedenti il crollo dei votanti è brusco, drastico, drammatico. Storicamente bisogna aggiungere, per onestà intellettuale che le elezioni regionali sono state sempre le meno partecipate ma un’astensione di queste dimensioni inizia a cronicizzarsi e ad assumere connotati indegni per una democrazia occidentale.
Ad aggravare il contesto, aggiungiamo il calo di partecipazione anche alle elezioni politiche del 2022, dove l’affluenza a livello nazionale fu del 63,91% dato più basso di sempre nella storia Repubblicana.
Un’astensione strutturale, fisiologica, di modeste dimensioni è sempre esistita, ma ciò che osserviamo oggi è un fenomeno preoccupante, che non ha una chiave di lettura legata ad un fenomeno di protesta poiché al di fuori del contesto elettorale, non esiste un ampio movimento di protesta che testimoni tale scelta. Nell’analisi degli esperti ritorna sempre il tema della crisi della rappresentanza, pienamente condivisibile o della crisi dei partiti e dei corpi intermedi (abbondantemente metabolizzata dai cittadini dopo la fine della Prima Repubblica e pure della Seconda), tesi condivisibili ma che non bastano più a descrivere il fenomeno. Se il cittadino è disilluso, disamorato, e non si sente rappresentato, non partecipa ma riconosce in maniera esplicita il fallimento dei soggetti protagonisti, degli attori politici, dei partiti o dei contenitori di proposte politiche, riconoscendone dunque la legittimità. Se il cittadino però non sperimenta neanche più la disillusione, ma vive quotidianamente nell’indifferenza, accettando in maniera passiva ciò che accade, e non ci interroghiamo su questo, accettiamo implicitamente di vivere in un’era che potremmo definire antesignana di una prossima post-democrazia.
Credo che dovremmo iniziare a preoccuparci, perché la conseguenza diretta di tutto ciò, non sarà il governo di uno su tutti, ma il governo di pochi su tutti gli altri.
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